La legge di conversione del Decreto legge n. 52 del 2021 (cosiddetto “Riaperture”), pubblicata in Gazzetta Ufficiale, ha prorogato al 1° gennaio 2022 il momento da cui scattano le sanzioni previste per la mancata pubblicazione della dichiarazione relativa ai contributi pubblici, lasciando però immutata la data del 30 giugno.

Il legislatore ha di fatto previsto che per tutto il 2021 non possano essere comminate sanzioni per il mancato adempimento; non essendo però chiaro quale sia a questo punto l’effettivo termine per la pubblicazione dei contributi ricevuti nel 2020 il consiglio è in primis di rispettare quello ordinario del 30 giugno prossimo e, qualora ciò non sia possibile, di procedere comunque alla pubblicazione delle somme entro la fine di quest’anno.

L’obbligo scatta solo nel momento in cui gli enti menzionati (associazioni, fondazioni e Onlus da un lato, società dall’altro) abbiano ricevuto contributi pubblici per una cifra pari o superiore a 10.000 euro: il riferimento è l’esercizio finanziario precedente cioè, per gli enti che hanno l’esercizio sociale coincidente con l’anno solare, il periodo che va dal 1° gennaio al 31 dicembre 2020.

Una fondamentale novità rispetto alla formulazione originaria della disposizione è che non tutte le risorse provenienti dalle pubbliche amministrazioni rientrano nel plafond dei 10.000 euro, ma solamente quelle relative a “sovvenzioni, sussidi, vantaggi, contributi o aiuti, in denaro o in natura, non aventi carattere generale e privi di natura corrispettiva, retributiva o risarcitoria”.

Ciò significa che eventuali apporti economici di natura corrispettiva (commerciale) con gli enti pubblici non rientrano nel computo dei 10.000 euro, così come quelli dovuti dalla pubblica amministrazione a titolo di risarcimento; vi rientrano invece i contributi concessi dall’ente pubblico a titolo di liberalità oppure dietro presentazione di uno specifico progetto da parte dell’associazione.

I contributi possono essere non solo in denaro ma anche “in natura”. La circolare del Ministero del Lavoro ha precisato che si intendono quindi ricomprese anche le risorse strumentali, quali ad esempio un bene mobile o immobile concesso in comodato dalla pubblica amministrazione: in tal caso si dovrà chiedere alla stessa di comunicare il valore del bene, il quale dovrà essere indicato nel rendiconto. Qualora non fosse possibile individuare una cifra precisa, è consigliabile fare riferimento a quello che è il valore di un bene simile o analogo sul mercato.

Sono esclusi quelli che rappresentano un corrispettivo per le attività svolte dall’ente e quelli di “carattere generale”; esclusi anche i contributi del 5 per mille e, ad esempio, le somme ricevute dagli enti non profit per il sostegno alle attività durante la fase pandemica (contributi a fondo perduto, ristori etc..)

Pur non menzionandoli nello specifico, è evidente come la normativa richiamata si applichi anche agli enti del Terzo settore e quindi, ad oggi e in assenza del registro unico nazionale, alle organizzazioni di volontariato (Odv) e alle associazioni di promozione sociale (Aps): questo nonostante il codice del Terzo settore disponga già per essi alcuni importanti obblighi in tema di trasparenza.

L’obbligo in questione si applica anche alle Onlus: è bene infatti ricordare che la normativa Onlus è stata sì soppressa dal codice del Terzo settore, ma tale abrogazione diventerà effettiva solo a partire dal periodo di imposta successivo all’autorizzazione europea sulla nuova parte fiscale per gli Ets.
 
Tratto da: Come pubblicare i contributi pubblici agli enti non profit - Cantiere Terzo Settore